Gravi forme di sfruttamento lavorativo degli immigrati. Quali politiche in Italia?

Coordinatori di sessione:Nicola De Luigi, Roberto Rizza

 

Testo della call

L’inserimento degli immigrati nel sistema economico-produttivo italiano mostra, specialmente in alcuni settori, la persistente vulnerabilità della loro condizione lavorativa, che in alcuni casi si traduce anche in relazioni contrattuali in cui sono violati i più elementari diritti umani e sociali (libertà personale, accesso alla giustizia e ai servizi sociali e sanitari) Tali violazioni sono frequentemente descritte ricorrendo a termini come nuove schiavitù o lavoro forzato. Più recentemente, studiosi, policy makers, organizzazioni della società civile e organismi internazionali, hanno focalizzato il campo di osservazione su un fenomeno in crescita e con caratteristiche non del tutto assimilabili alle forme sopra citate, introducendo l’espressione “gravi forme di sfruttamento lavorativo”. Si tratta di situazioni lavorative caratterizzate da salari notevolmente più bassi rispetto alla media di un Paese o alle normative vigenti, da violazione delle norme sull’orario di lavoro e delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, dall’adozione di metodi di controllo o sorveglianza che limitano le libertà personali e che tendono a far coincidere luogo di lavoro e abitazione, dalla degradazione delle condizioni abitative. A testimoniare la crescente attenzione riservata a tale fenomeno, anche a livello internazionale, è la Direttiva n. 52/2009 dell’U.E., contenente indicazioni relative a sanzioni e provvedimenti nei confronti degli imprenditori che impieghino cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare. La traduzione della Direttiva nell’ordinamento giuridico italiano è avvenuta con grande ritardo e in forma discutibile, rendendo piuttosto arduo, per le diverse agenzie ispettive e investigative, ricondurre una fenomenologia ampia, fluida e complessa ad una definizione giuridica basata su indici di sfruttamento particolarmente esigenti e difficilmente riscontrabili. L’impianto normativo, inoltre, assumendo un approccio totalmente sbilanciato sulla concezione del lavoratore migrante come vittima, non coglie appieno la complessità dei processi migratori in atto, dimenticando ad esempio di considerare che per alcuni lavoratori immigrati presenti in Italia un lavoro irregolare – sebbene sottopagato, con orari prolungati e magari nocivo per la salute – può costituire la migliore opportunità che essi possono raggiungere in alcune fasi della loro esperienza migratoria. Non va d’altra parte dimenticato che in Italia irregolarità ed illegalità della vita economica e lavorativa sono elementi strutturali, ampiamente tollerati dalle autorità e per certi versi funzionali agli interessi di numerose filiere produttive.

Il quadro italiano, inoltre, è reso ancor più problematico da una normativa sull’immigrazione che, legando il permesso di soggiorno a un contratto regolare di lavoro, accresce la già elevata vulnerabilità del migrante nel sistema economico-produttivo, spingendolo spesso a non denunciare la propria eventuale condizione di grave sfruttamento per non pregiudicare sia la possibilità di svolgere un lavoro utile a soddisfare l’esigenza vitale di acquisire un reddito sia , più in generale, il proprio progetto migratorio.

La difficoltà di ricondurre le diverse forme assunte dal lavoro gravemente sfruttato alla ristretta definizione giuridica va di pari passo con la mancanza di meccanismi certi di agevolazione delle denunce e di stimolo alla collaborazioni dei lavoratori immigrati con gli organi inquirenti. L’esito è l’inevitabile indebolimento dell’efficacia dell’azione ispettiva ed investigativa e in molti casi l’impossibilità di applicare alle casistiche individuate l’impianto sanzionatorio previsto dalla normativa italiana che ha recepito la Direttiva europea.

Per uscire da questa impasse, alcune analisi suggeriscono di prestare maggiore attenzione al punto di vista dei lavoratori migranti e alla questione della difficile implementazione di un approccio eccessivamente sbilanciato sul piano repressivo e sanzionatorio. Inoltre, i pochi e frammentari servizi fino ad oggi predisposti ed erogati a chi decide di denunciare la propria situazione sono stati prevalentemente modellati sulla base delle esperienze e degli strumenti messi in campo a favore delle vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, perdendo in tal modo di vista le specificità e le esigenze dei lavoratori migranti gravemente sfruttati sul piano lavorativo. A questo proposito appare essenziale operare soprattutto sul versante dei servizi di welfare, sostenendo chi si trova coinvolto in situazioni lavorative fortemente alterate in un percorso di progressivo rafforzamento delle capacità di pattuire le condizioni del proprio lavoro. Il riferimento è, per esempio, a politiche abitative adeguate, a infrastrutture e trasporti che colleghino luogo di lavoro e domicilio, alla presenza di presidi sanitari, a politiche del lavoro volte all’emersione del fenomeno e in grado di favorire l’incontro legale tra domanda e offerta, al fine di un ricollocamento delle vittime di gravi forme di sfruttamento lavorativo, a politiche di sostegno all’imprenditorialità e alla formazione di attività economiche legali e caratterizzate da condizioni di lavoro rispettose della dignità delle persone.

A partire da questo quadro, i principali temi di interesse della sessione sono i seguenti:

  • le attuali politiche pubbliche di regolazione del fenomeno in Italia nella più ampia cornice delle Direttive Europee, evidenziandone punti di forza e di debolezza degli strumenti di protezione sociale;
  • il ruolo del contesto istituzionale di riferimento e le forme di governance emergenti nei diversi territori (enti di livello locale e regionale nel contrasto alle gravi forme di sfruttamento lavorativo e nel supporto alle vittime);
  • il ruolo delle organizzazioni della società civile e le esperienze di intervento attuate nei diversi territori dalle realtà associative e sindacali;
  • l’azione delle organizzazioni sindacali in contesti produttivi deregolati e le forme emergenti di tutela e sostegno ai lavoratori migranti sfruttati;
  • le dinamiche di accesso al sistema degli interventi in favore delle vittime di gravi forme di sfruttamento lavorativo, evidenziandone punti di forza e di debolezza;
  • l’azione degli enti ispettivi e delle forze dell’ordine nel controllo del mercato del lavoro e delle forme più gravi di violazione delle norme;
  • l’accesso alla giustizia delle vittime di gravi forme di sfruttamento lavorativo;
  • le rappresentazioni del fenomeno e le pratiche diffuse tra gli operatori coinvolti nella fase ispettiva e repressiva (ispettori dei diversi enti; agenti delle forze dell’ordine, magistrati, avvocati, ecc.);
  • forme e meccanismi di sfruttamento lavorativo nei diversi settori dell’economia italiana.

La sessione è orientata a privilegiare contributi con solide basi empiriche, legate a singoli studi di caso o a analisi comparative, anche in un’ottica interdisciplinare, che mantengano però una forte impronta analitica.

 

Relazione di apertura

Federica Dolente
Associazione Parsec

 

Persone di riferimento

Nicola De Luigi
Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia
Università di Bologna, Strada Maggiore 45 40125 Bologna
Tel. 051-2092889