Come recuperare salute nel lavoro? Dalle evidenze di ricerca alla ricalibratura del welfare

Coordinatori di sessione: Roberto Di Monaco, Giuseppe Costa, Roberto Leombruni, Francesco Miele, Stefano Neri, Silvia Pilutti, Paolo Rossi

 

Testo della call

Il lavoro è un pilastro centrale del welfare. Attraverso il lavoro, seguendo la strategia nazionale ed europea, andrebbero rafforzate da un lato la coesione sociale, dall’altro la crescita e la competitività (Natali, 2013).

Il mondo del lavoro, però, è attraversato da forti cambiamenti. La crisi ha generato in Italia una drastica restrizione della base produttiva e dell’occupazione, che ha aggiunto nuove sfide a quelle già poste da trasformazioni di lungo periodo come la bassa produttività del lavoro, l’elevata disoccupazione giovanile e l’invecchiamento della forza lavoro, la polarizzazione delle occupazioni. Sono contemporaneamente in atto importanti modifiche dello scenario normativo, sul versante della regolazione delle relazioni d’impiego dipendente e autonomo, del sistema della contrattazione e delle politiche attive e passive del lavoro.

Molti di questi cambiamenti incidono direttamente sul modello di welfare, come le forme di flessibilità numerica, temporale, funzionale e retributiva del lavoro, il welfare aziendale, l’assetto delle politiche attive, la formazione e l’alternanza, la partecipazione.

Come è stato osservato, si tratta di mutamenti che evidenziano trasformazioni dei modelli di capitalismo e che hanno sicuramente effetti sull’assetto del welfare, di cui tuttavia non sono ancora chiari la portata e l’impatto (Ranci, 2013). In specifico, non è chiaro in questo scenario in movimento quali logiche di ricalibrazione possano rendere il welfare più in grado di contrastare le disuguaglianze nel lavoro e gli effetti asimmetrici sulla salute.

Sul versante dei sistemi di assistenza sanitaria, dopo l’ondata di riforme strutturali degli anni novanta che hanno cambiato in profondità l’organizzazione e la regolazione, nell’ultimo quindicennio le politiche sanitarie hanno in qualche modo riscoperto l’importanza delle azioni e dei programmi volti a promuovere e conservare il benessere e la salute degli individui, prima che si manifesti il bisogno di ricorrere a servizi diagnostico-terapeutici. Lo spostamento o, se vogliamo, l’allargamento dello sguardo, da parte dei policy makers, “dalla sanità alla salute” hanno favorito una rinnovata attenzione alle politiche di prevenzione, ad ampio raggio, che possono avere effetti benefici sia sulla qualità della vita dei cittadini sia sulla spesa sanitaria.

D’altro canto, a seguito della crisi e dei crescenti fenomeni di polarizzazione cresce l’esigenza che i sistemi di welfare possano rafforzare le capacità di controllo degli individui sulla propria salute, in particolare di quelli più deboli dal punto di vista della posizione sociale e più esposti ai rischi. In continuità con il Libro Bianco sulle disuguaglianze di salute (Costa e altri, ‘L’equità della salute in Italia, Secondo rapporto sulle disuguaglianze di salute in sanità’, Franco Angeli, Milano, 2014), si propone di utilizzare la salute come macro-indicatore degli effetti dei cambiamenti in corso nel welfare e delle differenti strategie per affrontare le disuguaglianze. L’esigenza di approfondimenti scaturisce dalla constatazione della forte ambiguità e ambivalenza di molte politiche nell’area del lavoro, capaci potenzialmente di ampliare o ridurre le disuguaglianze, a seconda del modo in cui sono congegnate e implementate. Esempi chiari di questa ambiguità nella logica della politica e nello spazio che lasciano all’espressione delle persone sono l’aumento della flessibilità del lavoro nelle sue differenti dimensioni, l’estensione del welfare aziendale o i cambiamenti nei sistemi pensionistici.

In tale contesto, accanto alle forme più tradizionali di prevenzione ed intervento, negli ultimi tempi sono comparse una serie di pratiche che estendono e ricalibrano le dinamiche preventive, coinvolgendo nuovi attori e stimolando nuove forme di coinvolgimento dei cittadini. Ci si riferisce alle pratiche di Workplace Health Promotion (WHP), ossia alle forme di promozione della salute promosse dai datori di lavoro, privati ma anche pubblici, attraverso interventi implementati direttamente nei luoghi di lavoro. Le pratiche di WHP implicano la responsabilizzazione dei datori di lavoro nella promozione e nel sostegno di stili di vita sani, con il fine ultimo di ridurre il numero di cittadini con malattie croniche (come malattie cardiovascolari, diabete o disturbi fisici e psicologici legati allo stress), bisognosi quindi di cure. Dunque la salute diventa un terreno per politiche pubbliche e politiche organizzative sempre più interdipendenti e interdisciplinari, che in chiave di una crescente ricerca della sostenibilità economica e sociale debbono muoversi verso differenti obiettivi, spesso non convergenti nelle culture politiche e organizzative consolidate.

Le pratiche di WHP sono attualmente finalizzate a obiettivi assai diversificati, come la riduzione del consumo di alcol e tabacco (es. instaurando sportelli di counseling sui luoghi di lavoro per chi voglia uscire da una situazione di dipendenza), l’incremento dell’attività fisica (es. organizzando eventi sportivi e stipulando convenzioni aziendali con palestre e/o piscine), l’adozione di stili di alimentazione più salutari (es. collocando distributori di verdura e frutta fresca nei luoghi di lavoro o riducendo i prezzi degli alimenti a basso contenuto calorico in mense e punti ristoro) e lo sviluppo del benessere personale e sociale dei lavoratori (es. introducendo forme supplementari a quelle previste per legge per il sostegno alla conciliazione, promuovendo iniziative per l’integrazione per lavoratori stranieri o a supporto dei percorsi di studio dei figli dei dipendenti). Nonostante esistano alcune connessioni con la tematica classica della prevenzione dei rischi lavoro correlati, la WHP si configura come un ambito di intervento distinto e a se stante, oltre che trasversale alle specificità dei contesti lavorativi.

La sessione intende perciò discutere come le politiche di regolazione del lavoro e delle organizzazioni incidono e possono incidere in questo quadro, individuando attraverso la ricerca e le sue evidenze le vie per promuovere contemporaneamente competitività e coesione, riducendo l’effetto delle disuguaglianze sociali sulla salute. Tra le disuguaglianze, oltre al gradiente sociale, sono particolarmente rilevanti quelle di genere.

 

Persone di riferimento

Roberto Di Monaco

Sociologo dell’economia e del lavoro

Dipartimento di Culture, Politica e Società, Università degli Studi di Torino

 

Giuseppe Costa

Epidemiologo

Dipartimento di Igiene e sicurezza sul lavoro, Università degli Studi di Torino

 

Roberto Leombruni

Economista del lavoro

Dipartimento di Economia e Statistica ‘Cognetti De Martiis’, Università degli Studi di Torino

 
 

Francesco Miele

Fondazione Bruno Kessler

 

Stefano Neri

Università degli Studi di Milano

 

Silvia Pilutti

Sociologa, psico-pedagogista          

Società Prospettive ricerca socio-economica SAS, Torino

 

Paolo Rossi

Università di Milano Bicocca