L’infanzia e le politiche tra vecchi e nuovi rischi sociali
 
Childhood and policies between old and new social risks

 

Coordinatori di sessione: Marco Arlotti, Stefania Sabatinelli

 

Testo della call

Le politiche orientate all’infanzia rispondono da sempre a molteplici finalità. Gli obiettivi prevalenti esplicitamente perseguiti attraverso di esse sono stati tuttavia differenti nei diversi periodi storici: dalla protezione materno-infantile, al centro delle prime misure di welfare, al sostegno al salario familiare tipico dell’epoca fordista. Dagli anni Settanta del secolo scorso sono state le politiche di conciliazione tra responsabilità familiari e lavorative ad imporsi sull’agenda politica dei paesi occidentali, con tempistiche e intensità diverse in relazione all’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Dagli anni Novanta la conciliazione famiglia-lavoro è divenuta un tassello del ‘modello sociale europeo’, laddove l’ampliamento della base occupazionale era ritenuta un fattore indispensabile per la sostenibilità finanziaria dei sistemi di welfare, a fronte delle condizioni di “austerità permanente” e dell’emergere dei “nuovi rischi sociali” tipici del post-fordismo. Nell’ottica della conciliazione si inserivano tanto lo sviluppo di servizi di cura, sia collettivi sia individuali, quanto l’estensione dei congedi parentali.

Più di recente le politiche per l’infanzia sono emerse come ambito privilegiato nella prospettiva del “social investment”, che guarda alle politiche sociali non come mere spese, ma come interventi che possono sostenere la competitività dei sistemi economici e avere dei ritorni per la collettività. Nel quadro di una competizione internazionale sempre più spinta risultano, infatti, cruciali investimenti nella formazione e specializzazione dei futuri lavoratori e nelle capacità di inserimento nel e adattamento al mercato del lavoro. In particolare molti studi mostrano l’impatto dei servizi di socializzazione precoce e pre-educazione sullo sviluppo delle capacità cognitive e sociali dei bambini in età pre-scolare, con la riduzione del divario tra bambini provenienti da contesti familiari diversi, e ricadute positive nel lungo periodo in termini di performance scolastica e lavorativa.

La prospettiva del social investment ha assunto grande rilevanza a livello retorico e ideologico; ciò nonostante tali politiche si sono dispiegate in modo assai disomogeneo nei diversi paesi. Essa è stata, inoltre, criticata per l’eccessiva enfasi posta sulle caratteristiche dell’offerta di lavoro rispetto alle condizioni contestuali; per il rischio che lo spostamento di risorse verso i nuovi rischi sociali possa ‘spiazzare’ programmi di welfare consolidati; per la probabilità che ne beneficino maggiormente le classi medio-alte, con conseguente riduzione della capacità redistributiva del welfare state (per esempio i servizi per la prima infanzia sono più utilizzati dalle coppie a doppio reddito con maggiore capacità di spesa); infine, per il rischio di schiacciare le politiche di welfare su un orizzonte produttivistico (per esempio privilegiando la quantità rispetto alla qualità, per garantire ampio sostegno in termini di conciliazione, e/o considerando i bambini meramente come futuri lavoratori, e non come soggetti il cui benessere sia da tutelare e valorizzare nel presente).

La lunga recessione economica mette profondamente in discussione gli approcci che individuano nella disponibilità al lavoro il principale fattore di protezione, a livello individuale (in termini di autonomia dei singoli), familiare (in termini di intensità lavorativa dei nuclei) e sociale (in termini di sostenibilità dei sistemi di welfare). Da un lato è emersa la difficoltà di realizzare programmi improntati a tali approcci in condizioni di austerity, e di scarsa domanda di lavoro. Dall’altro, l’aumento della disoccupazione e il preoccupante incremento in molti paesi della povertà, anche infantile, hanno riportato l’attenzione sulla imprescindibilità di politiche forse meno innovative, ma che garantiscano standard di vita dignitosi, quali gli schemi di sostegno del reddito, ma anche le misure di supporto a fronte dei costi abitativi (o gli interventi per i casi di emergenza abitativa).

L’Italia, insieme agli altri paesi Sud-Europei, mostra peraltro un quadro piuttosto arretrato tanto sul fronte dei servizi alla prima infanzia (nonostante punte di eccellenza), quanto su quello della prevenzione e del contrasto della povertà (anche e soprattutto dei bambini e dei ragazzi).

La sessione intende discutere criticamente l’evoluzione, gli obiettivi, gli intrecci e le ricadute delle politiche rivolte all’infanzia in Italia e in Europa, sia da un punto di vista teorico che empirico. Sono particolarmente benvenuti contributi che presentino risultati di ricerca comparati, a livello nazionale e/o locale. La sessione accetta contributi in italiano o in inglese.

Call for papers

Childhood policies have always pursued manifold purposes. The prevailing aims, explicitly pursued through them, have however been different in the various historical periods: from the mother-child protection of the first welfare measures, to the support to the family-wage typical of the fordist age. From the 1970s, policies for the reconciliation of family and work responsibilities stand out in the political agenda of Western countries, with different timing and intensity in relation to women’s participation to labour market. From the 1990s work-family balance has become a tile of the ‘European social model’, within which the widening of the employment basis was considered an essential factor for the financial sustainability of welfare systems, in the face of conditions of “permanent austerity” and of the emerging of “new social risks” typical of post-fordism. Both the development of childcare services, collective or individual, and the extension of parental leaves were included in the view of work-life balance.

More recently childhood policies have emerged as a privileged field for the “social investment” perspective, that looks at social policies not as mere expenditures, but as interventions that can support the competitiveness of economic systems and produce returns for the society. In the framework of an increasingly strong international competition, in fact, investments in training and specialisation of future workers and in their capabilities to enter and adapt to the labour market become crucial. In particular many studies show the impact of services of early socialization and education on the development of cognitive and social capabilities of pre-school age children, with a reduction in the gap between children with different backgrounds, and positive repercussions in the long term in school and work performance.

The social investment perspective has gained momentous in rhetorical and ideological terms; nevertheless, such policies have developed in a very uneven way in the different countries. Moreover, it has been criticised for the excessive emphasis put on the features of labour supply as opposed to contextual elements; for the risk that a shift of resources towards new social risks could ‘crowd-out’ consolidated welfare programmes; for the probability that those benefiting the most of them can be middle-high classes, with consequent reduction of the welfare state’s redistributive capacity (for example childcare services are more used by dual earner households, with more spending power); finally, for the risk of reducing welfare policies to a productivistic dimension (for instance privileging quantity over quality, in order to provide wide support in terms of reconciliation, and/or considering children merely as future workers, and not as subjects whose well-being must be defended and enhanced in the present).

The long economic recession calls into deep question the approaches that identify in the availability to work the main protective factor, at the individual level (in terms of personal autonomy), at the family level (in terms of work intensity of households) and at the social level (in terms of sustainability of welfare systems). On the one side the difficulty to carry out such programmes in conditions of austerity, and of scant labour demand, has become evident. On the other side, the increase in unemployment and in poverty and child poverty rates, has brought back the attention on the essential role of policies that may be less innovative, but can guarantee decent life standards, as income support and housing support schemes, but also emergency housing.

Italy, together with the other South-European countries, is rather behindhand both as to early child education and care services (despite excellence peaks) and as to the prevention and contrast of poverty (also, and especially, of children).

The session aims to critically discuss the evolution, objectives, ties and repercussions of childhood policies in Italy and in Europe, both from a theoretical and from an empirical point of view. Particularly welcome are contributions that present comparative research results, at the national and/or local level. The session accepts contributions in Italian or in English.

 

Relazione di apertura – Opening intervention

Marco Arlotti
Università Politecnica delle Marche
 

Stefania Sabatinelli

Politecnico di Milano

 

Persone di riferimento – Coordinators

Marco Arlotti
Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DISES), Università Politecnica delle Marche

 

Stefania Sabatinelli
Ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU), Politecnico di Milano