Sessione 7 Sottosessione 1

Verso una occupazione di qualità: la proposta di un “welfare attivo condizionato” tra legge e contrattazione collettiva

(L. D’Arcangelo)

Abstract

Lo studio muove dalla condizione socio-occupazionale del nostro Paese, che registra una ripresa dei livelli occupazionali, sia pure con riferimento alla sola fascia dei lavoratori precari, quelli, cioè, che risultano titolari di contratti a tempo determinato o anche occasionale. (Employment Ocse). Di contro, nessun miglioramento può segnalarsi per l’occupazione stabile.

Si parla infatti, tanto e diffusamente, di “polarizzazione asimmetrica dell’occupazione”, volendo indicare, per ribadire quanto appena descritto, la natura strutturale della crisi del mercato del lavoro e dell’occupazione, con una crescita significativa dei posti di lavoro nei servizi a bassa qualificazione (ristorazione, cura, ospitalità) e nel lavoro stagionale (dove l’assunzione avviene normalmente a tempo determinato), come anche nel settore delle professioni altamente qualificate. Nel mezzo, una decrescita altrettanto -se non maggiormente- significativa dell’infrastruttura intermedia, quella, cioè, impiegatizia e operaia.
Con questa base di partenza si intende riflettere sulla possibilità di creare occupazione di qualità anche riqualificando quella in esubero, obiettivo, questo, che un governo dell’economia sano dovrebbe proporsi di raggiungere nell’ottica di contribuire a costruire un mercato del lavoro stabile, efficiente e sufficientemente equilibrato nella regolazione dell’entrata e dell’uscita dei flussi di manodopera.
Com é noto, le ultime due riforme, note come Fornero e Jobs Act, nel tentativo di flessibilizzare le tutele del lavoro e contemporaneamente di garantire adeguati modelli di protezione dei diritti sociali fondamentali, hanno dato luogo ad una composizione delle stesse tutt’altro che bilanciata, con il risultato che il diritto dei rapporti e del mercato del lavoro appare caratterizzato da una flessibilità incontrollata tanto in uscita quanto in entrata.
Un legislatore abbastanza miope, il nostro, da tempo convinto che la liberalizzazione del momento estintivo del rapporto funzioni da incentivo alle assunzioni, in maniera, per così dire, quasi sinallagmatica. Linee di pensiero appartenenti ai settori delle discipline economiche e delle relazioni industriali hanno invece sostenuto l’indipendenza reciproca tra i due momenti di vita del mercato del lavoro e hanno sottolineato l’opportunità di individuare politiche industriali a favore degli investimenti, con l’intento di ricercare nuovi percorsi in grado di contenere la deriva della flexicurity, al fine di dare la spinta ad un approccio integrato di politiche economiche, del lavoro e di sicurezza sociale (la proposta di un approccio olistico è contenuta già nella Risoluzione ILO del 2012). In parallelo, il processo di deindustrializzazione e automazione dei lavori ripetitivi, indotto da una pressante innovazione tecnologica e dallo spiazzante fenomeno della digitalizzazione, ha contribuito ulteriormente a disincentivare l’assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori, favorendo il consolidamento di un mercato declinato su una occupazione precaria.

In tale ambito, ci si propone di verificare con quali strumenti è possibile creare occupazione di qualità riqualificando quella preesistente in esubero. Più specificamente, con quali strumenti si può pensare di “drenare” gli effetti e le conseguenze prodotte dalla odierna rivoluzione (Industria 4.0) sul mercato del lavoro e sulla organizzazione stessa del lavoro, avendo riguardo alle politiche sia passive sia attive.

Sul piano metodologico, l’indagine si sviluppa seguendo due linee direttrici. Dapprima attraverso la ricostruzione sistematica delle misure di sostegno al reddito (Naspi, Assegno di ricollocazione, Reddito minimo, di inclusione, etc.) e degli interventi in materia di politiche attive, con riferimento alla neoistituita Agenzia per il lavoro (Anpal) e alle novità sul funzionamento dei servizi per il lavoro stabilite dal decreto legislativo n. 150/2015. In tale contesto ci si sofferma sul recentissimo decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 4 dell’11 gennaio 2018, contenente le Linee di indirizzo triennali dell’azione in materia di politiche attive (2018-2020) volta a implementare la riforma dei servizi per il lavoro contenuta nel d.lgs n. 150 del 2015. In esso specifica attenzione deve essere rivolta, tra le linee di indirizzo dell’azione in materia di politica attiva di cui all’art. 1, all’ intento di attuare “meccanismi di condizionalità nel rapporto tra politiche passive e attive del lavoro, (…) tra prestazioni di assistenza sociale e impegno in politiche di reinserimento sociale e lavorativo”.

Su un secondo versante si procede ad analizzare il ruolo delle parti sociali nel governo dell’economia del lavoro, alla luce dell’Accordo dello scorso 28 febbraio 2018 stipulato tra le Confederazioni Cgil, Cisl, Uil, e Confindustria. Si tratta di una dichiarazione di intenti, dal contenuto meramente programmatico, che rappresenta il segnale di un ritorno delle parti sociali sulla scena del mercato del lavoro e delle politiche sociali. In esso si dà spazio e forte sostegno ad iniziative sinergiche della contrattazione collettiva negli ambiti degli investimenti e della formazione finalizzati al miglioramento della qualità dell’inserimento e reinserimento lavorativo, anche valorizzando la formazione continua nell’ottica di realizzare “un sistema integrato dell’apprendimento permanente, quale garanzia dell’occupazione stabile, nonché di sviluppo di competenze coerenti con l’evoluzione tecnologica”. Dal lato del welfare si sottolinea la difficile tenuta di un sistema universale e l’esigenza di promuovere un “welfare contrattuale coordinato e integrato” attraverso forme di bilateralità e/o specifiche intese di livello aziendale o territoriale, nel rispetto di quanto previsto dall’Accordo del 14 luglio 2016, al fine di favorire la diffusione virtuosa della contrattazione di secondo livello.

Il risultato che la ricerca si propone di raggiungere prefigura la validità del binomio politiche passive-attive per la creazione e il mantenimento di una occupazione di qualità nell’ottica applicativa di un “welfare attivo condizionato” anche di matrice contrattual-collettiva, peraltro senza trascurare la comparazione con i governi del lavoro europei laddove sia ritenuta utile e disponibile.