Sessione 7 Sottosessione 1

Welfare and Technological Unemployment in Europe: the three pillars of employment reintegration

(F. Fiorelli)

Abstract

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi concernenti i futuri effetti delle tecnologie sul mercato del lavoro (Frey and Osborne, 2013; OECD, 2016, World Economic Forum, 2016; McKinsey Global Institute, 2017). I risultati – sebbene discordanti dal punto di vista dell’intensità dell’impatto delle nuove tecnologie sul mercato del lavoro – concordano sul fatto che le tecnologie digitali produrranno dei profondi mutamenti all’interno della domanda di lavoro con conseguenti effetti sulle caratteristiche dell’offerta. In altre parole, nel prossimo decennio sono previsti dei cambiamenti della struttura professionale che incideranno sulle competenze richieste ai lavoratori, sulla natura dei futuri lavori e sulla distribuzione della ricchezza prodotta.

Questi effetti sono parzialmente già visibili all’interno del mercato del lavoro. Diversi studi empirici hanno certificato come negli ultimi venti anni si è osservata una polarizzazione della struttura professionale nella maggior parte dei paesi occidentali (Spitz-Oener, 2006; Goos and Manning, 2007; Goos et al., 2009; Autor, 2010). La riduzione dei lavoratori mediamente qualificati e routinari, facilmente sostituibili dalle macchine, ha coinciso con l’aumento dei lavoratori poco e molto qualificati che posseggono delle competenze non routinarie, complementari alle macchine (Autor et al., 2003).

Conseguentemente non tutti i settori produttivi e non tutte le attività professionali stanno subendo gli stessi effetti dell’innovazione tecnologica. Difatti per misurare empiricamente tali effetti si ricorre a due distinti approcci (Autor, 2013).Un employment-based approach, in cui si analizza la relazione tra tecnologia e posto di lavoro; e un task- based approach, in cui si analizza la relazione tra tecnologia e competenze professionali.

Questo secondo approccio permette di comprendere l’effettivo impatto di una tecnologia sull’occupazione analizzando quali mansioni di una professione verranno sostituite dalle macchine e quali rimarranno di competenza del lavoratore umano. Pertanto – seguendo quest’ultimo approccio – è possibile che un tecnico qualificato che opera nel settore industriale – un settore in cui il lavoro umano rischia di scomparire nei prossimi decenni – avrà comunque più possibilità di mantenere il proprio posto di lavoro rispetto a un middle manager che opera in un settore “sicuro” come nel caso dei servizi educativi o dell’assistenza sociale.

Quanto detto è ulteriormente confermato dalla specificità dell’attuale rivoluzione digitale. Rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali – dove i lavoratori meno qualificati avevano facilità di accesso al mercato del lavoro – l’attuale rivoluzione tecnologica sta producendo un effetto contrario (Katz and Margo, 2013). I datori di lavoro richiedono un capitale umano maggiormente formato – sia dal punto di vista tecnico-operativo che socio-relazionale – e flessibile – sia a livello spaziale che temporale. Competenze come la creatività, il problem solving, il lavoro di gruppo e la gestione dello stress – pressochè superflui nella rigidità della produzione fordista – rivestono oggi un’importanza fondamentale nei percorsi di inserimento nel mercato del lavoro (Cedefop, 2012).

Tutto ciò rende sempre più complesso quel processo di travaso dinamico – dovuto a meccanismi compensativi interni al mercato (Appelbaun and Schettkat, 1990) – che ha favorito il reinserimento occupazionale dei contadini durante la prima rivoluzione industriale (vapore) e degli operai durante la seconda e la terza (elettricità e nucleare/microelettronica).

Tali inefficienze nei meccanismi di riaggiustamento interni al mercato, richiedono un triplice intervento della mano pubblica. In primis un adeguamento dei sistemi formativi alle esigenze del mercato del lavoro. Questo richiede una riformulazione dei programmi formativi, una professionalizzazione dei percorsi di studio secondario e terziario, un’implementazione dell’istituto dell’alternanza scuola/lavoro e l’inserimento del mondo imprenditoriale nei comitati di indirizzo degli enti di educazione e formazione. L’obiettivo è di ridurre le frizioni presenti nel mercato del lavoro dovute al mismatching tra le credenziali educative dell’offerta di lavoro e le competenze richieste dalla domanda. Un secondo punto consiste nel rinnovamento della rete di protezione dell’impiego. Quest’ultima deve perseguire due macro-obiettivi: da un lato favorire percorsi di lifelong learning e di aggiornamento professionale dei disoccupati; dall’altro analizzare ciclicamente le caratteristiche del mercato del lavoro a livello locale – attraverso dei questionari somministrati alle imprese – con il fine di cogliere i reali fabbisogni occupazionali del tessuto imprenditoriale (numero di posti di lavoro potenziali, caratterische e competenze richieste, tipologia contrattuale, motivazione che spinge ad assumere, etc…).

Infine, un terzo punto concerne l’introduzione di un “reddito di reinserimento” a favore dei disoccupati che seguono percorsi di formazione e che sono disposti ad accettare delle offerte di lavoro in linea con le proprie competenze (income protection).
Il fine ultimo di questi interventi consiste nel ridurre gli effetti negativi prodotti dai cambiamenti che stanno intervenendo sul mercato del lavoro come la flessibilizzazione, la disoccupazione e i working poors (Acemoglu and Autor, 2011).

Obiettivo del paper è comprendere, attraverso un’analisi della letteratura sul tema, che effetti stanno producendo le tecnologie digitali sul mercato del lavoro europeo e che traiettorie i singoli paesi stanno seguendo nell’implementazione di politiche pubbliche che possano prevenire le conseguenze di una possibile jobless society. L’apertura dei mercati globali, le tecnologie digitali, le politiche di austerità, la finanziarizzazione dell’economia e la crisi dei corpi intermedi hanno segnato un profondo cambiamento della modalità con cui si regola il mercato del lavoro. Il passaggio da una prospettiva di job protection a una di employment protection richiede una maggiore attenzione da parte delle istituzioni pubbliche nel connettere le forme di assistenza sociale con le politiche di attivazione della forza lavoro. Conseguentemente, diviene fondamentale favorire un accesso universale a una formazione di qualità, sostenendo il reddito nelle fasi di disoccupazione sempre più frequenti in un mercato flessibile e tecnologicamente denso.

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