Sessione 4 Sottosessione 2

Gli effetti delle quote di genere in Italia. Alcune prime evidenze dal settore bancario

(L. de Vita e A. Magliocco)

Abstract

Alle difficoltà che ancora si frappongono alla possibilità per le donne di salire ai vertici delle imprese molti paesi hanno risposto negli ultimi anni con la definizione di leggi appositamente pensate per garantire una più equa rappresentanza di genere. La prima legislazione è quella Norvegese approvata nel 2006, seguita poi da una serie di provvedimenti in diversi stati membri dell’UE. Allo stato attuale in Europa otto sono i paesi che hanno approvato una legge sulle quote mentre altri hanno preferito adottare sistema non vincolante ispirato al principio del “comply or explain”. L’Italia dal 2011 con la legge Golfo-Mosca rientra nei paesi in cui le società quotate hanno l’obbligo di rinnovare gli organi di amministrazione e controllo (cda e collegi sindacali) riservando una quota di almeno un quinto dei membri al genere meno rappresentato. Questa percentuale sale dal 20 al 33% nel secondo e nel terzo rinnovo degli organi fino al 2022 anno di chiusura del provvedimento.

L’approvazione di questi prevedimenti se ha indubbiamente favorito la presenza femminile nei board, non è però necessariamente collegata ad un aumento reale della capacità decisionale e di gestione femminile ed è dunque uno stimolante argomento di analisi e di ricerca soprattutto per il dibattito scientifico e accademico. Al di là delle discussioni connesse agli aspetti etico-valoriali sottostanti al metodo delle quote e ai possibili effetti di discriminazione positiva (Franceschet, 2012; Krook, 2006), molta ricerca si è infatti misurata con queste tematiche. La maggior parte delle analisi adottando una prospettiva di tipo micro si sono interrogate primariamente sulle dimensioni etiche oppure, sposando l’enfasi sulla competitività di stampo neoliberista, sugli aspetti di performance e sugli effetti in termini di diversificazione nella composizione dei consigli di amministrazione. Sul fronte delle performance le ricerche si sono concentrate prevalentemente sul rendimento delle imprese che hanno delle donne a capo dei CDA o comunque in posizioni di vertice valutando l’impatto negativo o positivo, in termini di produttività, valore delle azioni, ecc. collegato alla maggiore presenza femminile (Chapple and Humphrey 2014; Joecks et al. 2013; Post and Byron 2015). Da questi studi, se il legame tra la presenza di donne nei CDA e le performance d’impresa rimane contraddittorio, il confronto tra maschi e femmine oltre a evidenziare una maggiore presenza di donne tra i dirigenti esterni all’impresa (Adams and Ferreira 2009; Huse 2011) segnala per le donne un’età più bassa e titoli di studio mediamente più altri rispetto ai colleghi maschi (Heidenreich 2010; Peterson and Philpot 2007; Sealy et al. 2008; Singh et al. 2008). Sul versante della diversificazione invece, a partire dal numero di donne nei CDA, sono state esplorate le conseguenze in termini di aumento della diversità nella composizione dei consigli sia a livello nazionale che internazionale proponendo, anche a partire dalla letteratura sul diversity management (Barak, 2003), una serie di analisi comparative per valutare il rendimento di board misti rispetto al genere o all’etnia (Brammer et al., 2007; Erhardt et al 2003).
In questo ricco dibattito, il contributo presentato intende ragionare in una prospettiva che se a livello micro si concentra sugli aspetti di reputazione e di funzionamento interno dei diversi settori economici, a livello più macro si interroga sulle caratteristiche generali del contesto istituzionale in cui agiscono le quote. Piuttosto che soffermarsi sugli impatti in termini di performance e competitività che presentano una serie di distorsioni e di difficoltà di misurazione, il lavoro di ricerca presentato è maggiormente interessato ad analizzare il ruolo dei fattori istituzionali, degli attori coinvolti e degli effetti di reputazione connessi a questi processi. I contributi che hanno ragionato in questo senso hanno infatti sottolineato come per la valutazione degli impatti delle quote di genere non si possa prescindere dal ruolo chiave giocato dai diversi assetti istituzionali sia per l’approvazione delle leggi ma anche per la loro implementazione (Terjesen et al, 2015; Teigen, 2012; Grosvold and Brammer, 2011).

L’obiettivo è dunque quello di fornire una prima valutazione degli effetti della legge sulle quote in Italia per analizzare se la “parità per mandato” contribuisca a ridefinire, seppur in parte, i consolidati assetti istituzionali e di potere. La ricerca presentata analizza queste dinamiche concentrandosi a livello micro sul settore bancario attraverso l’utilizzo dei dati EBA (European Bank Authority) e dei dati Banca d’Italia 2016. La scelta di questo settore appare particolarmente stimolante non solo perché si tratta di un settore fermamente “androcentrico”, ancora dominato pressoché ovunque in Europa dal «think manager, think male» ma anche perché rappresenta un settore particolarmente strategico per lo sviluppo e la sostenibilità dei sistemi economici. Si tratta inoltre di un ambito in cui l’analisi, soprattutto in termini di ridefinizione dei meccanismi di potere consolidati, può evidenziare degli esiti del tutto inattesi rispetto agli obiettivi della policy e in cui il ruolo degli effetti di reputazione e di “diffusione della fiducia” possono avere un peso rilevante nel mediare l’impatto delle quote.
I risultati della ricerca appaino molto significatavi per avviare una prima valutazione degli effetti della Golfo Mosca che sembrano suggerire, accanto ad alcuni progressi soprattutto quantitativi, una serie di distorsioni nella qualità delle posizioni in cui le donne sono state promosse e del potere effettivo connesso ai diversi ruoli. In seconda battuta i risultati della ricerca consentono di riflettere sui meccanismi delle affirmative actions che almeno nel caso bancario sembrano suggerire una deriva “tokenistica” più che di valorizzazione delle differenze.