Sessione 28 Sottosessione 2

Il Mediatore Interculturale in 4 Paesi Europei: specificità e trasversalità di una figura (ancora) in costruzione

(R. Bertozzi e T. Saruis)

Abstract

Come noto, quella del mediatore interculturale è una figura cruciale per l’accoglienza e l’integrazione dei cittadini stranieri. In particolare, nell’attuale crisi umanitaria e in considerazione delle tensioni che permeano il clima sociale in Europa, il suo ruolo diventa probabilmente ancora più rilevante per la facilitazione della comunicazione e delle relazioni interculturali tra individui, gruppi, comunità. Tuttavia, se in genere gli è riconosciuto un ruolo-chiave e il suo profilo professionale è richiesto in molte fasi dell’accoglienza e dell’integrazione dei cittadini stranieri, non sempre nei diversi Paesi Europei la professione del mediatore è formalmente definita e regolata al fine di garantire una formazione e di conseguenza un intervento di qualità adeguata. Ugualmente, il percorso per un riconoscimento a livello europeo di questa qualifica appare ancora lungo.

In questo quadro si colloca il progetto Erasmus + ReCULM Upskilling Cultural Mediators1, nell’ambito del quale è stata realizzata la ricerca i cui esiti si presentano in questo paper. Il progetto è finalizzato alla predisposizione di materiali didattici e alla creazione di un corso online multilingue per i mediatori, in particolare per chi si occupa di richiedenti asilo e rifugiati. Il progetto ha coinvolto quattro Paesi Europei – Grecia, Italia, Spagna e Regno Unito – dove è stata realizzata un’indagine sul profilo, il ruolo e i bisogni formativi dei mediatori interculturali. La ricerca ha previsto un’analisi documentale di sfondo per ricostruire le condizioni professionali, i percorsi formativi e i compiti del mediatore nei 4 contesti e una rilevazione sul campo svolta tramite interviste semi-strutturate che hanno coinvolto mediatori e altre figure esperte di mediazione.

L’articolo presenta dunque gli esiti di questo lavoro. Si propone una lettura complessiva dei dati e delle informazioni raccolte nei quattro contesti oggetto di indagine, evidenziando gli aspetti comuni e le specificità emerse rispetto a: a) il profilo, la preparazione professionale e il ruolo svolto nei servizi e nelle comunità, b) le sfide che si trovano ad affrontare nel lavoro con rifugiati e richiedenti asilo, c) le istanze professionali ed esigenze formative che esprimono.
Da una lettura preliminare dei dati emerge che il profilo professionale del mediatore mantiene uno statuto incerto in tutti i Paesi indagati, dove la qualifica non risulta formalizzata e i percorsi formativi sono ancora prevalentemente basati sulla volontarietà e sull’esperienza svolta sul campo, e comunque frammentati e diversificati, in mancanza di una regolamentazione nazionale. Con differenti modalità, l’improvvisazione rimane diffusa, così come il ricorso ai mediatori “naturali” o a figure professionali affini ma non sovrapponibili, come gli interpreti o gli operatori sociali. In Grecia, ad esempio, l’impiego di interpreti e mediatori “naturali” è raccontato come sistematico, per via delle limitate risorse disponibili e per affrontare la pressione creata dalla crescita degli sbarchi. Ovunque, il mediatore svolge una doppia funzione di interpretariato e supporto sociale sia nell’intervento individuale che nel lavoro di comunità, ma con declinazioni diverse. Ad esempio, i mediatori spagnoli intervistati hanno mostrato un’attenzione maggiore per la mediazione trasformativa e il lavoro nelle comunità, che non viene mai menzionata dagli italiani. Emergono anche alcune questioni problematiche e sfide comuni per i mediatori: 1) il rischio di burn out legato al coinvolgimento emotivo tipico delle professioni di aiuto, che aumenta nel contatto con le situazioni drammatiche portate dai migranti forzati e in servizi che lavorano sotto pressione per la crescita delle presenze e la carenza di risorse; 2) il difficile bilanciamento tra i principi etici di imparzialità e neutralità cui il mediatore dovrebbe ispirarsi e il ruolo di advocacy che possono assumere in presenza di cittadini o gruppi in condizioni di fragilità. Un equilibrio che diventa ancora più difficile preservare se l’appartenenza nazionale e culturale comune e/o un comune vissuto migratorio inducono il mediatore ad identificarsi con il fruitore; 3) il rischio di sconfinamento dalla funzione di mediazione per assumere, per varie ragioni, una posizione sostitutiva rispetto ad altre professioni o un ruolo comunque improprio; 4) una problema di potere legato alla detenzione di informazioni cruciali per l’accesso a risorse, servizi, opportunità, status. Il mediatore rischia di svolgere impropriamente un ruolo di gatekeeper, appiattendosi sull’ottica del servizio di appartenenza, oppure di annullare la “voce” dell’assistito, sostituendosi alle sue richieste senza averne mandato; 5) infine, il contributo del mediatore risulta rilevante nella definizione delle “etichette” assegnate ai migranti, che possono contribuire a produrre visioni de-capacitanti alla base di interventi assistenziali, o rafforzare la cultura del sospetto verso un presunto opportunismo, così come contrastare pregiudizi e immagini stereotipate.

Le stesse sfide si propongono nei 4 contesti indagati, pur in modalità diverse, facendo emergere simili bisogni formativi e competenze da potenziare.