Sessione 28 Sottosessione 1

Governance dell’immigrazione, categorizzazioni istituzionali e solidarietà organizzata. Rifugiati e welfare nelle piccole comunità locali del Sud Salento. Risultati di una ricerca.

(Monteduro, M.P. Monno e A. Marino)

Abstract

Nel corso degli ultimi anni le politiche migratorie e le pratiche dell’accoglienza sono state al centro di una densa riflessione da parte delle scienze sociali,   in modo particolare in riferimento alla molteplicità dei processi e dei dispositivi di definizione (istituzionale e morale) delle norme sociali e delle
categorizzazioni valoriali che, in netta controtendenza con il mandato degli stessi diritti umanitari, hanno plasmato lo status dei migranti restringendone le soglie d’accesso ai diritti di cittadinanza (Agier 2011; Campesi 2013; Harrel-Bond 2002, 2005; Marchetti 2006; Zetter, 1991). Tuttavia, se questa
complessità rappresenta il prodotto di specifiche scelte politiche nazionali (e internazionali) di fronte ad un fenomeno di portata globale come quello delle migrazioni contemporanee, i riflessi più tangibili ed evidenti della “disciplina dei flussi“ si riscontrano soprattutto a livello locale. Il “localismo dei diritti”
(Zincone, 1994) , per lungo tempo rimasto in ombra nella ricerca sociale, rappresenta oggi un “campo” subnazionale sufficientemente situato e fondamenale per l’analisi degli effetti di rescaling delle politiche migratorie nazionali (Ambrosini e Abbatecola, 2004; Brenner, 2001; Brochmann e Hammar, 1999; Campomori e Caponio, 2013; Holliefield, 1998; Leitner, 1997; Joppke, 1998). Con il presente contributo si intende proporre una prima elaborazione dei risultati di una ricerca etnografica multisituata, iniziata nel 2015 e tutt’ora in corso, sulle pratiche di governance locale dell’immigrazione
(Campomori, 2008; Caponio, 2006; Caponio e Borket, 2010; Caponio e Pavolini, 2007; Zincone e Caponio, 2006; Zucchetti, 1999; Zucchini, 1996) nei comuni della provincia di Lecce coinvolti con progetti di accoglienza territoriale del Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Le
domande di ricerca alle quali il contributo cerca di dare una risposta sono: come si determinano i processi di inclusione degli immigrati a livello locale?; in che modo la governance della migrazione si declina nel welfare locale?; quale ruolo ricopre il terzo settore e quali sono le forme di collaborazione
tra questo e l’ente locale?; quali pratiche di inclusione risultano più appropriate alla specificità culturale locale?
L’ipotesi di fondo che si sostiene è che l’inclusione e le possibilità di accesso al welfare sia funzione della possibilità di formulare e implementare politiche e pratiche integrate, tanto nei settori d’intervento quanto nel network che le promuove e gestisce, dipendente dall’esistenza di una partnership tra attori
pubblici e privato sociale, basata su uno stile cooperativo tra le parti e rinforzata dalla presenza di valori comuni. Per verificare questa ipotesi le diverse realtà territoriali sono state osservate prestando particolare attenzione alla dissonanza/assonanza tra privato sociale e soggetti istituzionali in termini di
di ri-produzione di confini (Albert et al. 2001; Andreas e Biersteker, 2003; Mezzadra, 2007; Neilson, 2010), di contrasto a forme di “inclusione differenziale” (Mezzadra e Neilson, 2014) e di promozione di dinamiche, comunitarie e culturali, inclusive (Nowicka e Vertovec, 2014; Honneh, 2004). Si è trattato
quindi di comprendere come i “villaggi dell’accoglienza” producano o meno forme di riconoscimento sociale e civile dei rifugiati beneficiari dei progetti SPAR e se queste forme siano effettivamente una precondizione per definire specifiche modalità di acquisizione dei diritti, rispetto a realtà più
propriamente urbane, o rappresentino invece forme di intervento disciplinare e disciplinante riconducibili ad azioni di paternalismo contenitivo. Attraverso le narrazioni etnografiche, la raccolta di testimonianze e l’analisi di materiale documentario secondario, si è avuto modo di ripercorrere la storia
dell’accoglienza locale sin dal momento dell’arrivo dei primi “ospiti”. L’analisi ha permesso di identificare quattro momenti distinti e fondamentali attraverso cui si è letto il nesso tra governance globale e integrazione locale delle migrazioni forzate: l’arrivo e l’insediamento dei progetti; l’istituzionalizzazione progressiva delle prassi; la presenza spaziale dei rifugiati nella quotidianità dei luoghi; le pratiche locali di resistenza o inclusione. Nell’arco di tempo da settembre 2015 al novembre 2017 sono state condotte 200 interviste con residenti autoctoni e 80 con rifugiati dei progetti. Le attività di osservazione partecipante hanno riguardato anche la partecipazione ad eventi culturali organizzati dagli enti gestori e ad attività inter-istituzionali promosse in sinergia tra questi ed enti istituzionali e/o associazioni locali. Durante la ricerca sono stati effettuati anche tre focus- group con operatori istituzionali (assistenti sociali dei comuni, amministratori, medici di base) e 2 workshop sulle criticità dei servizi nel soddisfare i bisogni sogni-sanitari egli immigrati. Complessivamente si evidenzia la funzione fondamentale del terzo settore (e in modo particolare dell’associazionismo cattolico) nel ruolo
di “connettore di solidarietà” e di supplenza ai deficit delle iniziative pubbliche, istituzionalizzate e dall’alto. A livello locale il volontariato riveste ancora un’importante funzione di advocacy coalition nelle sedi istituzionali di formulazione delle politiche per gli immigrati, nella facilitazione ai servizi sociosanitari
e nella facilitazione alla socialità, ciò ancor più e sotto diversi aspetti per le donne.
L’associazionismo permette di smussare la percezione della minaccia e facilita percorsi assimilativi (Portes e De Wind, 2004), generando momenti di integrazione e contribuendo allo sviluppo di virtù comunitarie (Foley e Hoge, 2007; Kurien, 1998) fondamentali anche per l’accesso alla “seconda accoglienza” (Ambrosini, 1999). Benchè esistano ancora pochi lavori di approfondimento, quanto rilevato è un aspetto che torna spesso nella la storia delle migrazioni e dell’accoglienza locale: la “chiesa” e il volontariato salentino possono vantare un lungo rapporto anche con le migrazioni internazionali, tanto da poterne definirne il loro attivismo come fondativo della specificità locale. Tuttavia, nel complesso, non possiamo parlare di un modello di
welfare “integrato”: emerge una governance pluridimensionale, sia verticalmente che orizzontalmente, definita da esperienze ancora molto differenziate tra loro e che tendono ad acquisire i tratti di un multicultarismo difensivo più che inclusivo. Il contributo si compone di sei sezioni: nella prima si
presenterà una rassegna della letteratura sul tema della governance dell’immigrazione in Italia e degli effetti di rescaling; nella seconda si introdurrà il caso di studio, descrivendo le caratteristiche sociodemografiche e territoriali, il panorama associativo e politico locale e l’offerta dei servizi; nella terza si
approfondiranno le scelte metodologiche di ricerca e si dettaglieranno le fasi; nella quarta si presenterà il materiale empirico e si discuteranno i risultati emersi; nella quinta si dedicherà una particolare attenzione all’importanza del lavoro di rete per garantire l’accesso ai servizi e facilitare forme di
partecipazione e inclusione sociale dei migranti (in tema di integrazione e cooperazione tra pubblico, terzo settore e comunità locale si dedicherà una particolare attenzione al “Modello Andrano” e la” Casa Francesco”, che rappresentano due modelli di “buone prassi” locali in tema di inclusione socio-sanitaria e civile dei cittadini stranieri); nell’ultima parte ci si avvierà ad una prima conclusione e si prospetteranno le future direzioni verso cui avanzerà il progetto di ricerca da cui è tratto il contributo presentato.