Sessione 19 Sottosessione 1

Oltre l’investimento sociale. Il contributo dell’approccio delle capacità per la riforma del welfare state.

(F. Laruffa e J.M. Bonvin)      

Abstract

L’investimento sociale si è orami imposto come il paradigma di riferimento per la riforma dello stato sociale a livello mondiale. Infatti, esso è promosso non solo da organizzazioni internazionali quali l’OECD, la Banca Mondiale e l’UE, ma anche dallo stesso mondo accademico. Il paradigma dell’investimento sociale pone l’accento sul contributo delle politiche sociali alla crescita economica – un elemento che permette appunto di pensare le politiche sociali non come un costo ma come un “investimento” in grado di produrre un ritorno economico.

Questo lavoro ha l’obiettivo di proporre l’approccio delle capacità come quadro normativo alternativo rispetto a quello dell’investimento sociale. Come è noto, l’approccio delle capacità considera la crescita economica non come un fine in sé ma come un mezzo per ampliare la libertà reale a disposizione degli individui di condurre la vita a cui essi attribuiscono valore. Il fatto che il centro normativo di questo approccio sia la libertà reale delle persone ha almeno tre implicazioni per le politiche sociali, che lo distinguono chiaramente dal paradigma dell’investimento sociale.

In primo luogo, per accrescere la libertà degli individui, la politica sociale non può agire unicamente sugli individui stessi ma è necessario che trasformi il contesto socioeconomico in cui le persone vivono. Nel caso del mercato del lavoro, per esempio, è insufficiente agire sul solo lato dell’offerta, “investendo” nel “capitale umano” delle persone, come vorrebbe invece la prospettiva dell’investimento sociale. Per espandere la libertà di lavorare delle persone è necessario anche creare posti di lavoro di qualità, agendo quindi anche sul lato della domanda. In altre parole, non solo i fattori di conversione individuali ma anche i fattori di conversione sociali vanno migliorati per accrescere la libertà delle persone.

In secondo luogo, mentre l’obiettivo dell’investimento sociale è quello di massimizzare il tasso di occupazione (Hemerijck 2013: 143), l’approccio delle capacità implica che la politica sociale abbia l’obiettivo di espandere la libertà delle persone di vivere la vita che ha valore per loro – un obiettivo più ampio e capace di includere altre attività oltre a quelle strettamente produttive ed eseguite sul mercato del lavoro. Per esempio, il lavoro di cura, che nel paradigma dell’investimento sociale tende a essere marginalizzato e svalorizzato rispetto al lavoro nell’economia formale (Saraceno 2015) troverebbe un posto tra le attività riconosciute e attivamente sostenute da una politica sociale centrata sulla libertà.

In terzo luogo, l’approccio delle capacità insiste nel considerare la politica sociale come un oggetto di dibattito pubblico. Invece di ridurre la questione della riforma dello stato sociale a un compito prettamente tecnico- economico da lasciare a “esperti” – come tende a interpretarlo il paradigma dell’investimento sociale – l’approccio delle capacità rileva l’importanza della partecipazione politica e democratica dei cittadini al governo della cosa pubblica.
Su queste basi, l’articolo mostra le differenze tra la “base informativa” adottata dal paradigma dell’investimento sociale e la nozione di capability. In particolare, ci soffermeremo sulla concezione antropologica soggiacente i due approcci. L’argomento centrale qui è che una politica sociale basata sull’approccio delle capacità dovrebbe trattare gli individui non solo come beneficiari passivi (receivers) della politica – un difetto che caratterizzava lo stato sociale Keynesiano – ma neanche solo some attori (doers) – come tende a fare l’investimento sociale, interpretando peraltro la dimensione dell’attore riduttivamente in termini di “attore economico” o “capitale umano”. Invece una politica sociale capacitante dovrebbe considerare gli individui allo stesso tempo come persone vulnerabili e bisognose di supporto e quindi come receivers, ma anche come attori intraprendenti, doers, capaci di responsabilità e azione – non solo in campo economico ma anche, per esempio, agendo come care-givers. Infine, i cittadini non dovrebbero essere solo l’oggetto di una politica sociale capacitante ma anche il più possibile i loro artefici e co-autori attraverso la partecipazione politica alla sua elaborazione e implementazione. In questo i cittadini sono anche capaci di esprimere dei giudizi di valore, sono quindi dei judges che hanno obiettivi politici che si riferiscono a nozioni di giustizia sociale.
Quest’ultima dimensione, quella della cittadinanza attiva che vede il cittadino-judge partecipe alla formulazione della politica sociale, è sicuramente la più marginalizzata sia dalla stato sociale tradizionale di stampo Keynesiano sia dal paradigma dell’investimento sociale e in questo senso l’innovazione più importante che apporterebbe l’approccio delle capacità se venisse adottato come orientamento normativo per le politiche sociali.