Sessione 19 Sottosessione 1

Investimento sociale, approccio delle capabilities e rilettura nazionale della strategia europea per l’inclusione attiva: un’analisi comparata di Francia, Spagna e Svezia.

(G. Scalise)

 Abstract

Questo lavoro si inserisce nel dibattito scientifico sui processi di innovazione e riforma dei sistemi di welfare e della regolazione del mercato del lavoro in Europa, e in particolare sull’influenza che nuovi paradigmi come quello dell’investimento sociale hanno avuto in seguito alla crisi economica e alle conseguenti politiche di austerity. Dopo un lungo periodo di riformismo di ispirazione liberista (Castel 2010), incentrato sul ridimensionamento dell’intervento dello Stato, deregolazione del mercato del lavoro e riduzione del welfare, avvenuto tendenzialmente in tutti i paesi europei sulla base dell’argomentazione che la generosità del welfare fosse causa della crescita della povertà e un ostacolo alla libertà economica (Saraceno 2015), dalla fine degli anni novanta è riemersa la consapevolezza che la competitività e la crescita devono essere controbilanciate da coesione, sicurezza e tutela dei diritti. Anche a seguito delle pesanti conseguenze della recessione e della diffusione dei nuovi rischi sociali, l’obiettivo di riconciliare crescita economica e coesione sociale viene rilanciato dalle organizzazioni e istituzioni internazionali, che recuperano alcuni paradigmi, come quello delle capabilities, o ne propongono di nuovi, come fa l’UE attraverso la Strategia dell’Investimento sociale. Mentre l’approccio delle capabilities applicato all’ambito delle politiche sociali si concentra sul tema delle capacità in termini di agency, di reali opportunità di una persona

di effettuare scelte libere e consapevoli, facendo della situazione, delle risorse e delle potenzialità oggetto di scelta, azione e discorso (de Leonardis 1993), il paradigma dell’investimento sociale propone una nuova funzione per le politiche sociali, che divengono un investimento e un fattore produttivo, volto a rafforzare le capacità delle persone, ma che ha effetti positivi e durevoli nel tempo per l’occupazione e il reddito (Hemerijck 2012, 2017). Uno degli elementi centrali dell’Investimento sociale è il principio dell’inclusione attiva (Recommendation on active inclusion of people excluded from the labour market, 2008/867/EC), secondo il quale ogni cittadino, in particolare coloro che sono più lontani dal mercato del lavoro, possa partecipare pienamente alla società attraverso mercati del lavoro più inclusivi, un adeguato sostegno al reddito e accesso a servizi di qualità.
Questo lavoro si concentra sulla strategia dell’inclusione attiva e attraverso tre casi di studio, Francia, Spagna e Svezia, mette in luce come questa assuma diverse forme nei contesti nazionali, nei quali si radica in tradizione di welfare, cleavages, culture locali e diversi assetti istituzionali che ne influenzano lo sviluppo. In tutti i casi analizzati il principio dell’attivazione e l’appello alla mobilitazione degli individui sono presenti nei sistemi di intervento sociale. Le prestazioni sociali assumono un carattere incentivante e chiedono una contropartita da parte dei beneficiari. Allo stesso tempo però, lo stesso principio assume caratteristiche molto diverse nei tre contesti e differenti approcci prendono forma. Nel caso francese, la strategia di attivazione si combina con il valore della solidarietà collettiva alla base dell’eredità repubblicana, e l’inclusione passa attraverso l’“insertion sociale”, un accompagnamento non solo diretto al reinserimento nel mercato del lavoro ma più in generale nei termini di integrazione sociale dell’individuo, la cui marginalizzazione è considerata un problema della collettività.
Nel caso spagnolo, invece, l’attivazione si radica in un modello di welfare caratterizzato da debolezze di tipo strutturale e un livello di disuguaglianza e povertà relativa in aumento. Qui le politiche di attivazione sono combinate con l’aumento della flessibilità del mercato del lavoro e deregolazione della protezione del lavoro. In un contesto dal welfare fragile e ulteriormente indebolito dalle politiche di austerity, lo Stato va ad assumere un ruolo sempre più marginale, agendo secondo principi di sussidiarietà passiva (Vogliotti e Vattai 2014). L’analisi mostra in questo caso uno spostamento verso una responsabilità sempre più individualizzata dei problemi di esclusione e disoccupazione.

Infine, il caso svedese, avanguardia del social investment, mostra caratteristiche che da un lato lo avvicinano più all’approccio delle capabilities, dove la partecipazione dell’individuo alla società è intesa in termini di agency, libertà e autonomia (Sen 1985; Salais 2004); dall’altro, anche in questo caso si trova una tendenza al contenimento dei livelli di protezione sociale e l’abbassamento nella generosità delle coperture per quanti si trovano fuori del mercato del lavoro, meccanismi che riducono la capacità di inclusione di alcuni soggetti, come ad esempio i migranti (Esping-Andersen 1990, Dolvik 2009).

L’analisi condotta mette in luce che nonostante le competenze europee siano limitate nel campo delle politiche sociali e del lavoro, l’UE esercita una forte influenza sulla regolazione nazionale: i principi chiave dell’investimento sociale e dell’inclusione attiva si ritrovano nel policy making nazionale. Allo stesso tempo però, l’ambiguità e l’ampiezza delle definizioni che si trovano di tali concetti nella retorica europea, nei termini e nelle finalità (Keune e Serrano 2014), permettono che diverse interpretazioni di tali idee prendano forma nei contesti nazionali.