Sessione 11 Sottosessione 2

Il welfare nelle piccole e medie imprese: reti e accordi territoriali per il welfare aziendale

(V. Santoni)

 Abstract

Da almeno un quindicennio, i paesi europei cercano faticosamente di riformare i propri modelli sociali, ritagliati su strutture economiche e demografiche ormai sorpassate. In Italia, sono stati in molti ad evidenziare come il sistema di welfare state stia conoscendo crescenti difficoltà, in particolare dovute a: (a) una riduzione della spesa pubblica e crescenti vincoli di bilancio, (b) alla proliferazione di nuovi rischi e bisogni sociali, (c) l’avvento e il perdurare della crisi economico-finanziaria del 2008 (Taylor-Gooby 2004; Esping-Andersen 2005; Ferrera 2005; Naldini e Saraceno 2011; Bonoli e Natali 2012).

Il welfare aziendale – insieme ad altre iniziative che possono essere iscritte all’interno dei concetti di «welfare mix» (Ascoli e Pasquinelli 1993), di «secondo welfare» (Maino e Ferrera 2013) e di «welfare societario plurale» (Donati 2000) – può essere interpretato come uno strumento capace di contribuire ad un rinnovamento sostenibile del sistema di protezione sociale del nostro Paese. Anche grazie alle misure adottate all’interno delle ultime Leggi di Stabilità e al ruolo delle parti sociali (basti pensare all’accordo, denominato “Patto per la fabbrica”, firmato dai vertici di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil lo scorso 9 marzo 2018), tale fenomeno ha conosciuto una consistente crescita negli ultimi anni (Maino e Ferrera 2017; Ocsel 2017; Santoni 2017). Allo stesso tempo, però, le ricerche più attente hanno evidenziato che il welfare aziendale si sta diffondendo a macchia di leopardo nel territorio italiano: tende infatti a concentrarsi nelle grandi imprese e nelle multinazionali, ad essere più frequente al Nord che al Sud, ad affermarsi con intensità variabile nei diversi settori produttivi (Pavolini et al 2013; Mallone 2015; Jessoula 2017; Maino e Rizza 2018).

Una delle disuguaglianze maggiori che il welfare aziendale rischia di generare è quella tra piccola e media impresa e grande azienda. Le PMI – che in Italia rappresentano oltre il 99% del tessuto produttivo e l’80% dell’occupazione – sembrano evidenziare limiti per quanto riguarda la disponibilità economica necessaria per implementare le misure, le capacità organizzative, le competenze tecniche richieste e la possibilità di raggiungere una “massa critica” per realizzare un progetto sostenibile. Secondo alcune analisi (Donati e Prandini 2009; Macchioni 2014; Maino e Mallone 2015; Maino 2017) una delle strade più promettenti per superare tale limite è quella dell’aggregazione. Nel corso degli ultimi anni sono state molte le esperienze di PMI che – comprendendo le potenzialità del welfare aziendale in termini sociali, economici e di contrattazione – hanno costituito reti di aziende e hanno preso parte a network multi-attore formati anche da soggetti del terzo settore e da istituzioni pubbliche. Tali iniziative, oltre a facilitare l’introduzione del welfare nelle realtà imprenditoriali più piccole, generano un possibile ritorno anche a livello territoriale e locale. Grazie al coinvolgimento di attori di diversa natura, le reti favoriscono la sperimentazione di azioni innovative che “sfruttano” e alimentano il tessuto dei servizi sviluppati a livello locale e che, inoltre, producono un’offerta non limitata ai soli lavoratori ma potenzialmente rivolta anche agli altri membri della comunità (Rizza e Bonvicini 2014; Maino e Rizza 2017).

Partendo da quanto appena definito, il paper si propone di approfondire il tema delle reti di imprese per il welfare aziendale. Attraverso la metodologia degli studi di caso – che saranno realizzati attraverso una serie di interviste in profondità – il contributo vuole proporre ed analizzare alcune esperienze realizzate nel nostro Paese, evidenziando peculiarità, similitudini e differenze. In particolare, tali casi saranno analizzati partendo dall’osservazione di alcune specifiche dinamiche che vogliono essere considerate come delle variabili fondamentali per la descrizione del fenomeno. Questi elementi sono: a) la tipologia di regolamentazione e di accordo stipulato; b) il ruolo delle parti sociali e della contrattazione; c) le caratteristiche delle imprese coinvolte (dimensioni, settore di appartenenza, ecc.); d) la presenza (e le caratteristiche) di altri soggetti coinvolti; e) la presenza (e le caratteristiche) di un soggetto capofila; f) i servizi di welfare erogati e i relativi bisogni sociali a cui si cerca di dare risposta.

L’obiettivo del paper è quello di realizzare una proposta di classificazione delle esperienze di reti di impresa per il welfare aziendale basate sulle dimensioni sopra indicate al fine di contribuire ad una più accurata comprensione della diffusione del welfare aziendale con rifermento al mondo delle piccole e medie imprese.