Sessione 10 Sottosessione 2

La valutazione del sistema di politiche attive del lavoro emiliano-romagnolo. Il caso di Bologna.

(G. Scarano)

Abstract

Il sistema di servizi per il lavoro della regione Emilia-Romagna viene considerato un modello in cui il coinvolgimento degli operatori privati appare ancora molto limitato. Le recenti riforme in materia di politiche attive del lavoro hanno introdotto nuove sfide rispetto a questo tema, attraverso l’introduzione di un nuovo schema nazionale – l’assegno di ricollocazione – basato su meccanismi di quasi-mercato che favoriscono la concorrenzialità degli operatori e danno più spazio d’azione agli operatori privati, i quali possono anche arrivare a sostituirsi al pubblico. Il modello emiliano-romagnolo, rispetto a questi schemi, oppone un sistema ancora retto su una forte centralità dell’attore pubblico, dove i privati vengono coinvolti solo in maniera “complementare”, sono assenti meccanismi di concorrenzialità, intervengono a supporto e mai in sostituzione degli operatori pubblici. All’alba dei cambiamenti introdotti a livello nazionale con il decreto 150/2015, con questo lavoro ci proponiamo di osservare il funzionamento del sistema di politiche attive emiliano-romagnolo, utilizzando il caso della città metropolitana di Bologna nei due anni che precedono le ultime riforme e che possono far emergere le caratteristiche più consolidate di questo modello nell’ambito di una regolazione esclusivamente locale. Le ragioni per il coinvolgimento dei privati in questo settore, secondo la letteratura sul contracting-out, sono da ricondurre al miglioramento in termini di efficacia che verrebbe portato dall’ingresso di questi attori. Laddove, in un sistema come quello emiliano-romagnolo, il coinvolgimento dei privati è minimo, appare interessante osservare il livello di efficacia raggiunto dai servizi per l’impiego di questo territorio.
A tal proposito, si propone qui una valutazione di impatto, utilizzando la tecnica del propensity score matching su dati di natura amministrativa. Il dataset utilizzato comprende circa 100mila soggetti che nel corso del 2014 e del 2015 si sono rivolti ai servizi per l’impiego del territorio della città metropolitana di Bologna. All’interno di questi dati è possibile distinguere tra coloro che si rivolgono ai servizi unicamente per certificare la propria condizione di disoccupato (DID – “dichiarazione di immediata disponibilità all’avviamento”) senza effettuare programmi di politica attiva e coloro che si sottopongono ad azioni mirate all’inserimento lavorativo. I primi soggetti verranno utilizzati per la costruzione del gruppo di controllo, i secondi per la costruzione del gruppo di trattamento.
Queste informazioni vengono poi incrociate con le comunicazioni obbligatorie di avviamento per il triennio 2014- 2015-2016. Le variabili indipendenti utilizzate derivano dalle caratteristiche registrate nel database amministrativo: età, genere, titolo di studio e cittadinanza. Al fine di migliorare il bilanciamento tra gruppo di controllo e gruppo di trattamento si tiene in considerazione anche la storia lavorativa pregressa dei soggetti, facendo sempre riferimento alle comunicazioni obbligatorie, per l’anno 2013, che precede la nostra finestra di osservazione.

L’analisi viene arricchita da una ulteriore trattazione riguardante l’equità raggiunta dalle prestazioni erogate dai medesimi servizi. In particolare, è la principal-agent theory a soffermarsi sui rischi di comportamento opportunistico derivanti da un eccessivo coinvolgimento degli operatori privati. Rischi che possono tradursi nella selezione avversa dei soggetti da collocare, privilegiando coloro che sono più facili da collocare (creaming) e che avrebbero meno bisogno dell’azione dei servizi. Secondo la principal-agent theory questo esito si genera a partire dall’impossibilità per il principale (amministrazione pubblica centrale) di controllare il comportamento dell’agente (i privati coinvolti). Laddove, in un sistema come quello emiliano-romagnolo, il controllo da parte dell’attore pubblico è massimo, possiamo ipotizzare che l’amministrazione regionale sia in grado di minimizzare i rischi di comportamento opportunistico da parte dei privati coinvolti e pertanto osservare un maggiore orientamento ai soggetti più svantaggiati sia nella fase in ingresso nel trattamento sia negli esiti.